Il Castello
(pagina 2/6)
Il grande edificio, che nel 1696, secondo il “tavolario” Antonio Caracciolo, era ridotto a “uno mucchio di pietre(7)”, non fu più ricostruito: le pietre furono rivendute a lotti ai cittadini per riutilizzarle in nuove costruzioni, mentre i pezzi di spoglio più pregiati furono impiegati dal feudatario per ristrutturare “un palazzotto di detta terra […] alla piazza, che si chiama vulgarmente la casa di Gatta”, da utilizzare per abitazione del Barone “dopo la ruina del Castello per il terremoto(8)”.
Nel Settecento nuove abitazioni sorsero a ridosso dei ruderi, trasformando l’antico fossato in una nuova strada, la “via del fosso”. I terremoti successivi cancellarono le ultime vestigia della grande fabbrica.
Il castello alla fine del Quattrocento
Nel 1494 numerosi baroni del regno di Napoli, tra i quali Luigi Gesualdo, conte di Conza, si ribellarono al re Alfonso II d’Aragona. La punizione del sovrano non si fece attendere: i traditori furono arrestati e i loro beni furono requisiti.
Tra le proprietà confiscate a Luigi Gesualdo vi fu anche la terra di Calitri col castello, del quale fu compilato un accurato inventario. Il documento, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli(9), era già noto a Vito Acocella, che lo citò nella sua Storia di Calitri, ma non lo trascrisse, forse a causa dell’eccessiva lunghezza e della difficile lettura.
Si tratta della più dettagliata descrizione a noi nota del castello, del quale vengono elencati una ventina di ambienti, tra cui “la camera solita della Contessa” e “la camera della guardarobba sotto la camera de la Contessa”, nella quale erano conservati gli utensili di rame e di ferro e un prezioso servizio da tavola(10); la camera “sotto de la sala”, la camera “super la porta
ferrata”, due cucine, la “vechia” e la “nova”, con il “furno”, “la camera nova di lo furno”, la “grotta del cellaro” e vari locali di servizio; “la camera dove stava lo Conte”, un appartamentino di due stanze, dall’arredamento piuttosto spartano; infine un grande salone chiamato “la camera de la logia”, nel quale al momento dell’inventario erano ammucchiate numerose casse colme di stoffe, vestiti, scarpe e perfino uno scrigno con i paramenti e gli arredi sacri utilizzati per officiare nella cappella del castello(11).
Gli ambienti erano disposti su più livelli e l’arredamento era completato da scrigni e bauli che contenevano denaro(12), armi(13), biancheria, finimenti per le cavalcature(14) e ogni altro genere di cose. Notevole la biblioteca, che comprendeva sia manoscritti, alcuni dei quali miniati, sia
opere a stampa; vi si trovavano autori classici latini (Cicerone, Ovidio), scrittori italiani del Trecento (soprattutto Boccaccio, del quale il conte possedeva numerose opere), poeti come Dante, Petrarca e Sannazzaro e diversi libri di soggetto religioso (tra i quali le Parabole di Salomone e la Legenda aurea di Jacopo da Varagine)(15).