Le origini della famiglia Mirelli
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Un’ulteriore prova contro l’antichità della famiglia Mirelli la fornisce un manoscritto anonimo di fine Seicento, conservato presso la Società Napoletana di Storia Patria, nel quale si discorre della genesi più o meno oscura di alcune famiglie nobili del Regno di Napoli(9).
La volontà dell’autore di rimanere sconosciuto è motivata dall’esigenza di evitare ritorsioni da parte dei nobili citati nella sua opera; in Età Moderna i trattati sull’origine delle famiglie erano frequenti, sia per attestare l’antichità delle casate più illustri, sia per sbugiardare la presunta origine nobile di tanti nuovi ricchi, e non era raro che qualche personaggio più o meno altolocato, urtato nella propria suscettibilità, decidesse di vendicarsi sull’autore. Carlo de Lellis, uno dei più eruditi storici secenteschi, trascrittore dei registri della Cancelleria angioina e autore di diverse opere sulla nobiltà del Regno, fu incarcerato in Castelnuovo, forse a causa di qualche famiglia potente che si era vista maltrattata nei suoi scritti(10); e pochi anni dopo Giovan Battista Pacichelli, prima ancora che il suo Regno di Napoli in prospettiva(11) vedesse la luce, fu sommerso dalle proteste di tanti nobili che, non trovando i loro feudi citati nel libro, fecero pressione affinché venissero aggiunte altre parti all'opera che stava per andare in stampa, costringendo gli editori Muzio e Parrino a inserire nella prima edizione una premessa nella quale dichiaravano non essere stata loro intenzione offendere o trascurare alcuno.
E non è da escludere che una delle famiglie scontente dell’opera di Pacichelli fosse proprio quella dei Mirelli; sarebbe difficile spiegare altrimenti la presenza, in un’opera nata per trattare solo delle “città” del Regno (cioè solo di quelle che avevano una cattedrale ed erano a capo di una diocesi), di alcune “terre” come Calitri e Teora. La bella veduta di Calitri, raffigurata prima che il terremoto la distruggesse, decorata con l’insegna dei nuovi proprietari e con il castello e la badia di Santa Maria in Elce (le due proprietà di maggior pregio) bene in evidenza, sembra un’aggiunta degli editori, operata dopo la morte di Pacichelli nel 1695; evidentemente non poteva bastare, per soddisfare la vanità dei Mirelli, la pubblicazione della sola immagine di Conza, città di cui non avevano ancora perfezionato l’acquisto(12) e che nell’opera di Pacichelli era stata raffigurata distrutta dal sisma.