I registri parrocchiali antichi
della chiesa di San Canio
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Il registro più ricco di informazioni è quello dei morti, anche perché i parroci, per poter stabilire se il defunto aveva ricevuto i sacramenti ed era morto nella grazia di Dio, erano soliti descrivere le circostanze della morte e della sepoltura. Molti, soprattutto se viandanti o forestieri, usavano portare con sé la “cartella”, un certificato che, in caso di morte, serviva a informare il sacerdote che il defunto aveva assolto alla prescrizione di comunicarsi almeno una volta all’anno, a Pasqua.
Erano infatti molti coloro che morivano per incidenti o disgrazie. Una delle cause più frequenti di morte era il fiume Ofanto, molto difficile da guadare, soprattutto in inverno; così nel 1614 era annegato il giovane Donato di Ferrante di Muro, “al quale non si l’è data l’ecclesiastica sepultura per non essersi ritrovato poi che morì dentro un pilastro de un ponte vecchio vicino il molino di Carbonara”, e pochi mesi dopo un ignoto cittadino di Nusco aveva subito la stessa sorte per aver tentato di sfidare la piena del fiume(8).
Si poteva morire durante il lavoro nei campi, come capitò ad Angelo Lucrezia “morto di morte violenta nel fare la levata alla principal corte [...] per esserlo cascato certo terreno sopra”; o per pura fatalità, come Donato Greco “morto di morte casuale de scoppetta nel bosco de Castiglione”. Nel 1643 Domenico della Valva “essendo stato morsicato da una lupa arrabbiata dopo giorni quaranta in circa […] sì morì nella chiesa di Santo Vito in Carbonara”, mentre nell’aprile del 1646 Francesco Cirminiello era morto “mangiato da cani vicino Castiglione(9)”. Anche le vie del paese potevano nascondere insidie, soprattutto in prossimità della Ripa e della Posterla, dove non di rado qualcuno, per la cattiva condizione delle strade, cadeva e precipitava nel vuoto, come capitò a “Rosa Capossele, moglie di Giuseppe Capossele alias Maccarone, morta per esser dirupata nelli casalini avanti la sua casa alla Posterla(10)” oppure a Salvatore de Nicola, “morto dirupato nella potea di scarpe rimpetto alla Chiesa madre(11)”.
Cadde nel vuoto anche un uomo che aveva cercato di evadere dal castello, nel quale era incarcerato, “et essendo cascato vicino il ponte de basso per haver voluto fugire è morto nel giorno 9 di detto mese” di maggio 1640(12).
Numerosi gli omicidi, per liti o per vendette. Nell’aprile del 1613 Scipione Zampaglione “fu ammazzato nella piazza di Calitri”, e Virginia Albanesi “morse ammazzata alla fiumara”; nell’estate del 1619 i fratelli Fabrizio e Giuseppe Tartaglia furono uccisi nella terra di San Fele e uguale sorte era toccata pochi anni prima a tre fratelli originari di Auletta, uccisi nella loro terra di origine: “Altobello dell’Auletta con dui fratelli uno nomine Geronimo et l’altro Fabritio furno ammazzati nella detta terra de l’Auletta et anco un suo cugino si fe l’ufficio di detto clero il dì 28 di 9mbre detto(13)”.