La chiesa di San Michele Arcangelo
e la confraternita del Purgatorio
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E in effetti è difficile immaginare nel XIV secolo un rione ai piedi del castello, che all’epoca doveva essere molto diverso dal grande edificio ricordato nelle descrizioni cinque e secentesche; ed è difficile pensare che nel Trecento potesse esistere in Calitri, minuscolo borgo di braccianti che lavoravano le terre del feudatario, una confraternita di laici che pagavano una piccola somma di denaro per garantirsi il funerale e la sepoltura; simili associazioni divennero comuni nei secoli successivi e di solito erano composte da coltivatori diretti, commercianti o artigiani, persone di condizione economica abbastanza agiata rispetto ai contadini.
Gli atti delle visite pastorali antiche attestano l’esistenza nella chiesa madre, già nel Cinquecento, di un altare intitolato all’arcangelo; tuttavia la chiesa di San Michele è citata per la prima volta nel 1658, anno della visita di monsignor Campana, nella quale si dice solo che aveva due altari, uno dedicato a Sant’Antonio di Padova, collocato sulla destra, e uno dedicato a San Donato, sul lato sinistro dell’aula(4). La successiva citazione, anch’essa brevissima, è nella Cronista Conzana, del 1691, che ricordava che nella chiesa “vi si fa la congregazione de’ fratelli(5)”. Il terremoto del 1694, che rase al suolo Calitri e fece crollare il castello, danneggiò anche la piccola costruzione, che però fu riaperta abbastanza presto; dal 1699 si cominciò a usarla anche come luogo di sepoltura, essendo impraticabili, a causa del sisma, le sepolture esistenti nella chiesa madre.
Della chiesa di San Michele, ricostruita agli inizi del Settecento, e della confraternita del Purgatorio si parla di nuovo nella visita condotta nel giugno del 1740 dall’arcivescovo Giuseppe Nicolai(6). La costruzione consisteva di un’unica navata con due altari; sul principale, dedicato al santo titolare, c’era un’antica statua in legno indorato dell’Arcangelo, con la spada in mano e la corona argentata in testa (nei giorni festivi si metteva invece una corona d’argento massiccio(7), e davanti alla statua una lampada di argento indorato.
Il secondo altare era intitolato, come nel secolo precedente, a San Donato, e vi esercitavano il diritto di patronato i discendenti di Donato Lupone (evidentemente il fondatore del beneficio). Al centro dell’aula, sul pavimento, si apriva la sepoltura destinata ai confratelli. Alle spalle dell’altare di San Michele era stata costruita la sacrestia, nella quale si conservavano gli abiti per le processioni, una croce ricoperta di seta nera con l’effigie di un teschio, gli inginocchiatoi per i sacerdoti e un bacile per lavare le mani.