La chiesa di San Michele Arcangelo
e la confraternita del Purgatorio
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I delegati dell’arcivescovo trovarono la chiesa in cattive condizioni e dal testo si capisce che la costruzione non era ancora ultimata; gli altari dovevano essere in legno, dal momento che l’arcivescovo comandò di rifare in pietra la mensa dell’altare maggiore; bisognava inoltre restaurare il cassettonato del soffitto, imbiancare le pareti, mettere i vetri alle finestre, rifare il pavimento e mettere una croce in cima alla facciata. Anche la statua dell’arcangelo aveva bisogno di restauri, poiché la spada argentea era consunta dall’antichità e andava sostituita.
Di fianco all’aula esisteva una piccola torre campanaria e pochi anni dopo, nel catasto del 1753, è attestata l’esistenza di un magazzino per conservare il grano destinato alle opere di carità(8); le Regole della congregazione prescrivevano infatti di soccorrere i confratelli caduti in povertà, provvedendo se necessario al loro sostentamento. La zona dove sorgeva la chiesa, ai piedi del castello, era chiamata “piano di San Michele”, toponimo che si è conservato fino a oggi.
Nel 1820, negli atti della visita pastorale dell’arcivescovo Arcangelo Lupoli, nella chiesa risultavano sempre due altari, intitolati a San Michele Arcangelo e San Domenico; la piccola costruzione fu trovata in pessime condizioni dai visitatori, che ordinarono di ripulirla “ab omni immonditie” e di far restaurare i pochi arredi sacri.
La confraternita, alla quale erano ammessi sia uomini sia donne, aveva come colore emblematico il giallo, simbolo del lutto; un crocifisso ricoperto di seta gialla e un grande palio giallo, con l’immagine del santo, accompagnavano nelle processioni i confratelli, che indossavano un mozzetto giallo e appuntavano sul petto una placca argentata con l’immagine dell’arcangelo(9). Ognuno poteva assicurarsi, versando la propria quota, il funerale e la celebrazione di dieci messe in suffragio, di cui nove messe ordinarie e una cantata; i confratelli avevano diritto, oltre che alla sepoltura nella chiesa, anche alla recita dell’Ufficio doppio dei Morti in occasione dei funerali e a quindici messe in suffragio, di cui quattordici ordinarie e una cantata.
Nelle messe in suffragio e in occasione di defunti illustri si allestiva nella chiesa un catafalco funebre illuminato da candele di cera, celebrando esequie solenni e un maggior numero di messe in suffragio, come avvenne nel 1859, alla morte del re Ferdinando II, o nel 1860, quando morì don Nicola Berrilli seniore, il rettore della confraternita, che si era reso benemerito facendo innalzare nel cimitero di Calitri “una decentissima chiesa, e sotto il pavimento della stessa facendo scavare una sepoltura per riporvi decentemente i cadaveri dei confratelli alla medesima(10)”.